Architettura ed Ingegneria: riassunto di “Toyo Ito e gli ingegneri”, di Carlo Gamboni

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Riassunto e critica

Prima parte: un’inversione di rotta

L’approccio consolidato al progetto presuppone l’individuazione di ruoli specifici tra le figure coinvolte: c’è un architetto che progetta, ed un ingegnere che, in seconda battuta nella maggior parte dei casi, verifica e dimensiona gli elementi di cui il progetto in questione è composto.
Non solo: la ricerca espressiva in campo architettonico è stata per secoli confinata entro soluzioni stabilite a priori. Vuol dire sapere, prima ancora di partire, dove si arriverà.
Il sistema trilitico rassicura, la catenaria lascia poco spazio all’incertezza.

L’approccio contemporaneo al progetto, che ci viene presentato nel libro tramite l’indagine dei rapporti umani e professionali tra Toyo Ito e i tre ingegneri Sasaki, Araya e Balmond, scardina questa visione comune delle cose.

Primo capitolo, la crisi: l’esperienza della Mediateca di Sendai

 La Mediateca di Sendai

“Toyo Ito e gli ingegneri” si apre con un confronto turbante: quello tra l’immagine iniziale della Mediateca di Sendai e l’ edificio realizzato. L’uno leggero, elegante nel rapporto di sintesi fra struttura a telaio e struttura spaziale; l’altro innegabilmente più costretto, piegato dalle rigide regole della normativa antisismica giapponese. Il passaggio da progetto ad oggetto, in un processo che potremmo definire “tradizionale” (Sasaki ha dovuto ripensare la natura formale degli elementi strutturali immaginati da Ito), ha portato le due figure professionali ad una conclusione fondamentale: se l’espressione della struttura diviene centrale per lo sviluppo di tutto il progetto, architetto ed ingegnere devono camminare sin dall’inizio all’unisono.
La “Lezione di Sendai” è però ancora più profonda: grazie allo strumento informatico e all’adozione di algoritmi come principi generatori di regole flessibili, è oggi possibile perseguire un metodo “non lineare” di ricerca progettuale.
Qui sta la chiave: l’intera dissertazione è dedicata al senso di queste due parole, e l’autore decide di svelarlo presentando, uno alla volta, i risultati di collaborazioni stimolanti.
Egli ha bisogno di riservare ognuno dei successivi tre capitoli ad un ingegnere specifico, perchè diversissimi sono gli esiti progettuali dell’incontro fra le loro ricerche e la figura di Ito.

Toyo Ito e Mutsuro Sasaki

Si comincia quindi con Sasaki, con il suo iniziale assunto secondo cui le famiglie di strutture a telaio (Mies) e quelle spaziali (Gaudì) non possono coesistere, e si mostra come l’esperienza di Sendai lo abbia condotto alla ricerca di una sintesi. Nel suo personalissimo caso, lo studio dei meccanismi che permettono l’evoluzione delle forme naturali, i processi di accrescimento ed auto organizzazione, e la loro trasposizione in campo statico.

I risultati? Uno fra tutti, la copertura continua a forma libera dell’ Island city park GRIN GRIN, il cui diagramma proposta da Ito prevedeva un guscio strutturale con curvatura libera a doppia torsione in cemento armato, irrealizzabile senza l’elaborazione del Sensitivity Analysis Method messo a punto da Sasaki.

 L’ Island city Park Greenfoto scaricabile qui https://www.architecturerevived.com/grin-grin-park-island-city-fukuoka-japan/

Toyo Ito e Masato Araya

Si prosegue poi con Araya, il cui campo di indagine è più specifico: desumere i principi statici presenti nelle forme naturali. Di nuovo natura quindi, ma in senso diverso.
Nel caso dei TOD’S Omotesando Building, il pattern grafico e (si badi bene!) strutturale della facciata è desunto da Ito a partire da una sagoma arborea (morfologia di riferimento).
Araya interpreta lo schema come un campo di forze che scarica verso il basso secondo percorsi non lineari (sistema statico desunto).

TOD’S Omotesando Building, foto scaricabile qui https://arcspace.com/feature/tods-omotesando/

Toyo Ito e Cecil Balmond

Più puramente matematico è l’approccio di Balmond.

La natura fa sempre da punto di osservazione, ma serve a desumere una regola. A partire da essa, un algoritmo generativo ne costituisce applicazione non solo reiterativa, ma anche imprevedibile.
L’esito finale di questo processo è un sistema di regole che informa lo spazio.
Questo procedimento è alla base della costruzione del Serpentine Gallery Pavillon. Le richieste di Ito erano chiare: uno spazio libero da pilastri interni, ed un involucro che fonda decorazione e struttura.
L’andamento a prima vista casuale della trama strutturale di facciata proviene da un algoritmo di Balmond, alla cui base c’è una regola: “…connettere i lati adiacenti di un quadrato partendo dal punto medio di uno per arrivare al primo terzo del successivo, proiettando fino al bordo i lati dei quadrati così ottenuti…”.

La Serpentine Gallery Pavillon, foto scaricabile qui https://www.pinterest.ch/pin/544091198725081963/

Questi tre capitoli sono importanti, perchè spiegano l’essenza di un metodo.

Le sue declinazioni sono mostrate nella seconda parte della dissertazione, in cui ogni progetto citato è analizzato nel dettaglio della sua genesi compositiva, e corredato intelligentemente da schizzi, disegni, foto di modelli.

Conclusione

La nozione di “progetto non lineare”, e la lezione di Sasaki, Araya e Balmond nel loro rapporto con Ito, serve (a parere di chi scrive) per dare risposta ad una domanda centrale: cosa distingue il progetto contemporaneo da quello moderno, e dai precedenti?
Nel processo progettuale analitico, l’ipotesi è risultato di un processo lineare, in cui da premesse oggettive si arriva a definire una soluzione in maniera più che determinata.

Alla luce di ciò che è stato letto, uno dei fattori principali di differenziazione è senza dubbio quella che potremmo definire “componente incertezza”. 
Muoversi entro i confini dell’imprevedibilità è però cosa molto difficile: il sistema algoritmico, la parametrizzazione, e tutte le armi poste in essere dallo sviluppo informatico, consentono oggi ad un progettista di assumere il controllo di questa componente così delicata, così da prendere in considerazione più soluzioni possibili, di iniziare un percorso comune architetto-ingegnere con un’idea, ma con nessuna chiusura verso gli sviluppi morfologici generati dalla manipolazione delle proprie forme pensiero.

Bibliografia: Toyo Ito e gli ingegneri, di Carlo Gamboni

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