Archi Blog https://www.archi-blog.it Il blog di architettura Tue, 02 Feb 2021 22:02:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.6.4 Il giardino egizio: scopri di più su questo misterioso giardino https://www.archi-blog.it/il-giardino-egizio.php https://www.archi-blog.it/il-giardino-egizio.php#respond Sat, 30 May 2020 22:35:42 +0000 https://www.archi-blog.it/?p=2586 Nel viaggio nella storia del giardino come seconda tappa c’è il giardino egizio. Il tema è molto vasto, quindi è corretto premettere che in questo articolo …

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Nel viaggio nella storia del giardino come seconda tappa c’è il giardino egizio. Il tema è molto vasto, quindi è corretto premettere che in questo articolo ci saranno brevi accenni sulle tematiche principali, che però permetteranno di avere un’idea generale. Gli antichi egizi sono famosi per la loro architettura funeraria e per i grandi e fastosi templi dedicati alle divinità. Questi ritrovamenti archeologici dicono però tanto anche dei ricchissimi giardini che Faraoni, sacerdoti e funzionari si fecero progettare.

La storia del giardino per sua natura è più soggetta al trascorrere dei secoli e quindi ad oggi abbiamo pochissime testimonianze dei giardini egizi. I grandi complessi delle piramidi di Giza e del tempio di Karnak lasciano solo intravedere quello che la comunità scientifica identifica come cortili e giardini legati a questi luoghi sacri. Nel giardino egizio si possono rilevare alcuni tratti caratteristici.

Il rapporto dei defunti con il giardino egizio

Le numerose tombe ritrovate, decorate con pregiatissimi affreschi, spesso hanno rappresentazioni dettagliate di splendidi giardini. Per esempio, la tomba del Governatore Sennefer del 1410 a. C. ca nella necropoli di Tebe ovest, contiene un’efficace raffigurazione a volo d’uccello di uno splendido giardino. Al centro è presente un rettangolo di viti con attorno lunghi filari ortogonali di palme, e quattro aiuole di papiri che delimitano laghetti con ninfee di loto e anatre. Tutto trasmette un’idea di ordine pulizia e ricchezza.

frammento affresco tombale - giardino egizio

Frammento affresco tombale

Dalle rappresentazioni delle tombe faraoniche e del tempio di Karnak si capisce anche che i giardini erano un simbolo di potere sia dell’uomo sulla natura desertica, sia dell’uomo conquistatore di terre lontane e esotiche. Infatti, gli affreschi raccontano una straordinaria varietà di piante e animali spesso non autoctoni, evidente risultato delle conquiste militari.

Karnak giardino botanico

Il giardino era fortemente legato al mondo ultraterreno dopo la morte, infatti, il defunto, dopo la pesatura del cuore, risiedeva nei campi Aaru e nei campi hotep. Nel “Libro dei morti” i campi Aaru sono descritti come coperti di messi e solcati da ruscelli: qui il defunto arava, seminava, mieteva e godeva della bellezza della fauna e della flora. Gli Egizi amavano portare nella loro tomba i giardini che possedevano in vita attraverso pitture, ma anche attrezzi che avrebbero aiutato nella coltivazione del giardino nell’oltretomba e diverse varietà di fiori. Non stupisce quindi che il giardino si a anche un luogo di produzione e di coltivazione, particolarmente di rilievo erano i pergolati di vite di cui sotto un mirabile affresco.

Una progettazione raffinata

Gli antichi egizi erano matematici straordinari e questa loro cultura si riflette in un’architettura sempre molto attenta alle proporzioni e alle regole geometriche. I giardini, come le altre opere che conosciamo, erano soggetti ad un’attenta e raffinata progettazione. La scelta degli accostamenti di alberature e aiuole confermano un’avanzata conoscenza della flora e un’avviata esperienza vivaistica.

Il giardino egizio era progettato come luogo di delizie per accogliere gli ospiti. Alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che il progetto del giardino fosse più complesso o soggetto a maggiori attenzioni rispetto all’abitazione. Il clima, infatti, prevalentemente caldo permetteva e suggeriva un uso maggiore degli spazi aperti rispetto a quelli chiusi dei palazzi.

I templi, come le tombe, avevano i loro recinti sacri e con la XVIII dinastia questo lusso si generalizzò a ciascun palazzo con una ricca coltivazione di alberi e fiori. Gli scavi a Tell-el-Amarna hanno rivelato in quest’epoca un gran numero di giardini simili.
L’influenza del giardino egizio sulle altre culture è diretta. Sia i greci che i romani ripresero tematiche e allineamenti cari alla progettazione dei giardini egizi. Più in generale si può comunque affermare che questo giardino, per alcuni temi, appare come uno dei modelli diretti del giardino occidentale antico, in particolare per lo sviluppo di canali e la presenza quasi ossessiva dell’acqua.

Il ruolo dell’acqua nel giardino egizio

Come si diceva prima, l’acqua è una presenza davvero ossessiva, ma che permetteva in un clima così vicino a quello desertico di staccare il paesaggio antropico da quello naturale. Dobbiamo immaginare, quindi, una linea verde di giardini egizi circondati da un rossastro brullo e roccioso entro terra.

I bacini artificiali lungo il Nilo diventano punti di partenza dei giardini privati e piscine per il diletto delle famiglie più ricche. L’acqua dal fiume veniva canalizzata e portata nei giardini non solo per l’irrigazione. Questi canali, larghi abbastanza per ospitare una piccola imbarcazione, diventavano percorsi lungo i quali i signori venivano trainati e potevano godere della vista del loro parco da una prospettiva decisamente unica.

Giardino tomba di Tebe
Frammento affresco tombale con giardino e piscina

Questi canali diventano anche l’ossatura per lo sviluppo progettuale dell’intero giardino, regolano le piantumazioni di alberi e fiori e hanno un ruolo significativo sul raffrescamento dell’ambiente.  A volte ferma in specchi d’acqua e a volte mentre scorre lungo i canali, l’acqua raffresca il giardino e il palazzo adiacente. In conclusione, il giardino egizio come il resto dell’architettura ad esso contemporanea si è distinto per essere un luogo pieno di suggestione ricchezza e calibrata raffinatezza. Oggi si mostra nella sua magnificenza nei numerosi affreschi nella letteratura degli antichi storici e poeti e grazie a un po’ di immaginazione da parte della nostra generazione.

Bibliografia:

Il Cricco di Teodoro, Itinerario nell’Arte dalla preistoria all’arte romana 3° edizione (gialla), Bologna  Zanichelli, 2014

Grimal P., L’arte dei giardini, Milano, Feltrinelli editore, 2016

Carpiceci A. C. (opera collettiva), Arte e Storia dell’Egitto, Firenze, Bonechi, 1999

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Uso consapevole delle risorse ambientali https://www.archi-blog.it/uso-consapevole-delle-risorse-ambientali.php https://www.archi-blog.it/uso-consapevole-delle-risorse-ambientali.php#respond Sat, 25 Apr 2020 13:55:10 +0000 https://www.archi-blog.it/?p=2557 STRATEGIE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE IN ARCHITETTURA Nel precedente articolo sul tema [ https://www.archi-blog.it/lo-sviluppo-sostenibile-nellarchitettura-una-priorita.php] avevamo cercato di capire la definizione e i concetti di base dello …

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STRATEGIE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE IN ARCHITETTURA

Nel precedente articolo sul tema [ https://www.archi-blog.it/lo-sviluppo-sostenibile-nellarchitettura-una-priorita.php] avevamo cercato di capire la definizione e i concetti di base dello Sviluppo Sostenibile, cercando di analizzare lo stretto legame che questo ha con l’architettura. È importante ricordare che si ha uno sviluppo sostenibile se si ottiene un miglioramento nella qualità della vita delle persone tramite un prelievo di risorse ambientali proporzionato alla capacità di carico degli ecosistemi naturali.

CAMPI DI APPLICAZIONE CHE CONCORRONO AL RISPARMIO DELLE RISORSE AMBIENTALI

A questo proposito si possono evidenziare tre campi di applicazione, che insieme concorrono al risparmio delle risorse ambientali:

  • Uso consapevole delle risorse energetiche;
  • Uso consapevole delle risorse idriche;
  • Uso consapevole dei materiali.

Prestando la dovuta attenzione nella progettazione o nella riqualificazione degli edifici è fondamentale riuscire ad ottimizzare il prelievo delle risorse naturali.

USO CONSAPEVOLE DELLE RISORSE ENERGETICHE

In un mondo sempre più dipendente dall’energia non è concepibile non tenere conto di come e perché l’energia venga utilizzata. Bisogna riflettere su come risparmiare energia e come procurarsela attraverso fonti rinnovabili. Parte dell’energia prodotta a livello globale deriva dall’uso di combustibili fossili che, con la loro combustione, producono gas che alterano l’equilibrio planetario.

La sfida sta nel mantenere l’attuale qualità di vita utilizzando meno energia e non incrementare l’alterazione del clima a livello globale bruciando combustibili fossili.

Ad oggi circa il 40% dell’energia totale prodotta a livello nazionale viene impiegata per la costruzione o la gestione di edifici. La climatizzazione degli edifici, l’illuminazione artificiale, il funzionamento di elettrodomestici e di dispositivi elettrici si incrementano in continuazione.

La sostenibilità nella gestione della residenza è fondamentale. Per questo motivo bisogna adottare misure di buon isolamento delle pareti, inserire degli infissi performanti, progettare tenendo conto dell’orientamento e dell’illuminazione naturale ottimizzando il comportamento passivo dell’edificio e infine incrementare l’uso di energie rinnovabili.

Tutte queste modalità portano ad un risparmio energetico consistente, che può raggiungere addirittura il 70% dell’energia legata all’edilizia.

USO CONSAPEVOLE DELLE RISORSE IDRICHE

L’acqua è la risorsa ambientale in assoluto indispensabile alla vita ma, della quantità presente sulla Terra, soltanto il 3% è dolce. Di questo 3% soltanto l’1% è presente nell’atmosfera, nei fiumi, nei laghi e nelle falde idriche.

Si potrebbe dire che il ciclo idrogeologico e di evapo-traspirazione dell’acqua riescono a mettere ininterrottamente in circolo la quantità di acqua dolce rendendo questa risorsa sempre disponibile.

Purtroppo le attività antropiche hanno fortemente influenzato il ciclo naturale delle risorse idriche. Le hanno assottigliate sempre di più, come conseguenza dell’incremento demografico e dell’aumento dei consumi, in particolare nei paesi maggiormente sviluppati.

La domanda mondiale di acqua dolce nell’ultimo mezzo secolo si è triplicata.

L’IMPRONTA IDRICA

Nel 2002 Arjen Hoekstra ha fondato una rete di ricerca sull’impronta idrica (Water Footprint Network) per far capire come ciascuna delle nostre scelte di produzione e consumo incidano sulle risorse naturali e in particolare su quelle idriche. La popolazione cresce e con lei aumenta lo standard di vita per molte persone. Per questo è importante analizzare i dati forniti dall’impronta idrica per capire quanta acqua viene impiegata per le attività che compiamo quotidianamente.

L’impronta idrica è suddivisa in 3 componenti: verde, blu e grigia.

  • l’impronta verde è l’acqua che arriva dalle precipitazioni e viene immagazzinata, evaporata, traspirata o incorporata dalle piante;
  • quella blu è l’acqua che proviene da risorse idriche superficiali o sotterranee: l’agricoltura, l’industria e l’acqua per uso domestico hanno un’impronta idrica blu;
  • quella grigia è l’acqua dolce necessaria per assimilare gli inquinanti per soddisfare gli standard di qualità dell’acqua.

La porzione di risorse idriche che vengono utilizzate nelle aree urbane per uso domestico incide moltissimo sul bilancio perché rende necessario realizzare infrastrutture complesse per la captazione, potabilizzazione e depurazione.

Il rapporto che lega l’uso dell’acqua all’architettura deve essere approfondito e pensato in ciascun intervento. Bisogna valutare il corretto uso dell’acqua potabile, la corretta gestione delle acque meteoriche e il recupero delle acque grigie e l’uso di sistemi naturali di depurazione. Per questo, in sede di progetto, è importante concentrarsi sulle strategie di sostenibilità in riferimento alla risorsa ambientale senza la quale non riusciremmo a sopravvivere.

USO CONSAPEVOLE DEI MATERIALI

L’incidenza che l’edilizia ha dal prelievo dei materiali dall’ambiente naturale, fino ai problemi legati ai rifiuti da costruzione e poi da demolizione, è enorme. Per questo è fondamentale scegliere attentamente i materiali da costruzione per la realizzazione di un’edilizia che possa definirsi sostenibile.

COME SCEGLIERE IL MATERIALE DA COSTRUZIONE

A questo proposito bisogna prendere in considerazione sia le conseguenze ambientali che derivano da acquisizione, trasporto e manifattura dei materiali da costruzione, sia i possibili effetti sulla salute degli abitanti per le eventuali emissioni di sostanze nocive.

Sebbene uno dei criteri più diffusi di valutazione nella scelta sia quello legato al costo di base primario, è sempre importante valutarne anche i costi ambientali e sociali relativi alla produzione, all’uso e alla destinazione.

Riassumendo l’approccio corretto valuta dunque gli edifici attraverso i costi del loro intero ciclo di vita, i costi ambientali associati alla creazione e all’assemblaggio.  Tuttavia non va tralasciato l’impatto che hanno sugli abitanti una volta che la costruzione o la ristrutturazione sia terminata.

I costi primari dei materiali da costruzione sono sempre più alti ma si giustificano valutandone gli impatti ambientali, la prestazione termica o i costi di manutenzione ridotta, oltre che la qualità dei materiali stessi.

Quando si sceglie di usare un materiale da costruzione sostenibile, questo inevitabilmente ha un costo maggiore per approvvigionamento e installazione rispetto ad un’alternativa della quale si valuta solo il costo primario. A lungo termine, però, presenterà molteplici vantaggi rispetto ad un materiale che, a fronte di un costo primario più basso, può nascondere costi di riparazione, demolizione, sostituzione e smaltimento.

Un altro fattore da approfondire riguarda l’imballaggio ed il trasporto, oltre che un piano di riciclaggio sul sito di costruzione. Queste valutazioni aiutano a ridurre i rifiuti e a semplificarne la suddivisione sul cantiere. Il miglior tipo di riciclaggio è il riutilizzo diretto dei componenti all’interno del lotto di costruzione o nei dintorni.

CONCLUSIONI

Fino alla fine del XIX secolo i materiali da costruzione erano tutti naturali (pietra, legno, laterizi, argilla e calce) e quindi le architetture e le abitazioni si costruivano in prevalenza con materiali reperiti in loco.

Con la Rivoluzione industriale, e soprattutto con l’avvento delle industrie petrolchimiche, nuovi materiali sono entrati nelle abitazioni, materiali estranei alle abitudini dell’uomo e la casa si è trasformata da “ambiente vivo e salutare” in “ambiente completamente artificiale e potenzialmente aggressivo”.

Oggi è importante guardare verso una trasformazione ecologica dell’architettura. Perchè la direzione sia questa è richiesta una attenta valutazione nell’individuazione dei materiali da costruzione, così come nei criteri di contenimento dei consumi energetici e nella riduzione degli sprechi delle risorse idriche. In questo modo è possibile misurare la non nocività dal punto di vista delle emissioni nell’ambiente e nei confronti dell’uomo, nonché il livello di bio-compatibilità di un edificio.

Soltanto agendo in questo modo il progetto può considerarsi svolto con consapevolezza e nel rispetto dei criteri dello sviluppo sostenibile.

 

 

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

per i contenuti tecnici cfr.:

-Linee Guida per l’edilizia sostenibile in Toscana, Legge Regionale n.1 – norme per il governo del territorio;

-https://waterfootprint.org/en/water-footprint/

-https://waterfootprint.org/media/downloads/Report50-NationalWaterFootprints-Vol1.pdf

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Il restauro virtuale https://www.archi-blog.it/il-restauro-virtuale.php https://www.archi-blog.it/il-restauro-virtuale.php#respond Sun, 19 Apr 2020 13:36:42 +0000 https://www.archi-blog.it/?p=2578 La restituzione virtuale per l’archeologia e i monumenti antichi Nell’epoca della modernità anche il restauro come disciplina è in continua evoluzione. La restituzione virtuale applicata all’antico …

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La restituzione virtuale per l’archeologia e i monumenti antichi

Nell’epoca della modernità anche il restauro come disciplina è in continua evoluzione. La restituzione virtuale applicata all’antico ci permette oggi di arrivare lì dove la materia non può e ci immerge in spazi di una realtà di cui oggi rimangono soltanto poche tracce.

Cos’è il restauro virtuale?

È forse improprio parlare di restauro quando un intervento non si applica direttamente alla materia dell’opera d’arte. Questa è una delle tante declinazioni di una disciplina tanto vasta che pone costantemente nuovi interrogativi. Ad oggi la continua ricerca nel campo dei beni culturali unita all’innovazione tecnologica ha permesso lo sviluppo di nuove metodologie che hanno reso possibile la restituzione di spazi dell’architettura di cui non rimane più molto.

Si tratta di una rielaborazione di informazioni ottenute tramite l’ausilio di appositi strumenti, successivamente ad uno studio accurato delle fonti, e che attraverso l’utilizzo di programmi di computer grafica permette la restituzione bidimensionale o tridimensionale di un bene. La raccolta di informazioni storiche inserite all’interno del programma consente di restituire un’immagine più o meno fedele all’originale. Si genera così un modello a scala urbana, nel caso ad esempio di grandi complessi archeologici, di una parte di città nell’epoca dei suoi fasti.

L’Ara Pacis e altri esempi di restituzione virtuale

Nel corso degli ultimi decenni sono diversi i software e le applicazioni che sono stati sviluppati come supporto alla restituzione virtuale e alcuni di questi hanno trovato applicazione in importanti luoghi di interesse come i musei. Un esempio tra tutti lo troviamo presso il Museo dell’Ara Pacis, per il quale è stata creata un’applicazione museale su un supporto touchscreen a diretta disposizione degli utenti, all’interno del museo. L’applicazione costituisce un vero e proprio archivio multimediale contenente tutte le informazioni storico-artistiche del monumento oltre a restituzioni virtuali dell’intero complesso. Un sistema diviso rispettivamente in un tour virtuale e un archivio digitale che concede all’utente uno sguardo complessivo sul monumento nonché un confronto diretto tra passato e presente. Attraverso l’elaborazione delle informazioni raccolte è stato inoltre possibile restituire la cromia originaria dell’altare dell’Ara Pacis, permettendo così una ancor più diretta interazione con il pubblico nonché un evidente ritorno emotivo. Alcuni programmi permettono, inoltre, l’elaborazione di veri filmati spesso utilizzati all’interno di importanti pellicole cinematografiche, un vero e proprio tour virtuale che fa del fotorealismo una realtà coinvolgente.

Negli anni la tecnologia applicata all’antico è diventata un supporto sempre più indispensabile, soprattutto nel campo della ricerca storica. Alcuni tra i tanti esempi di ricostruzione di siti archeologici a scala urbana sono la restituzione digitale della Domus Aurea, un tour virtuale reso mediante l’utilizzo degli oculus rift, l’Acropoli di Atene e tanti altri ancora. Ma questo tipo di tecnologia di supporto all’intervento di restauro non può annoverarsi tra le categorie storicamente descritte del restauro tradizionale, si classifica piuttosto come strumento di diagnostica grazie al quale è possibile una restituzione complessiva del bene. Non parliamo dunque di ricostruzione ideale di un manufatto ma di una metodologia per la verifica e la sintesi dei dati analitici.

La visione di un’opera nella sua totalità e nei suoi aspetti originari ci proietta in un viaggio emozionale decisamente intenso. La tecnologia a servizio della materia antica permette di coniugare due aspetti apparentemente contrastanti e ci fa cogliere, inoltre, quell’aspetto emotivo necessario ad una corretta tutela e conservazione dei beni.

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Architettura ed Ingegneria: riassunto di “Toyo Ito e gli ingegneri”, di Carlo Gamboni https://www.archi-blog.it/architettura-ed-ingegneria-toyo-ito-e-gli-ingegneri-di-carlo-gamboni.php https://www.archi-blog.it/architettura-ed-ingegneria-toyo-ito-e-gli-ingegneri-di-carlo-gamboni.php#respond Sat, 11 Apr 2020 10:45:40 +0000 https://www.archi-blog.it/?p=2548 Riassunto e critica Prima parte: un’inversione di rotta L’approccio consolidato al progetto presuppone l’individuazione di ruoli specifici tra le figure coinvolte: c’è un architetto che progetta, …

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Riassunto e critica

Prima parte: un’inversione di rotta

L’approccio consolidato al progetto presuppone l’individuazione di ruoli specifici tra le figure coinvolte: c’è un architetto che progetta, ed un ingegnere che, in seconda battuta nella maggior parte dei casi, verifica e dimensiona gli elementi di cui il progetto in questione è composto. Non solo: la ricerca espressiva in campo architettonico è stata per secoli confinata entro soluzioni stabilite a priori. Vuol dire sapere, prima ancora di partire, dove si arriverà. Il sistema trilitico rassicura, la catenaria lascia poco spazio all’incertezza.

L’approccio contemporaneo al progetto, che ci viene presentato nel libro tramite l’indagine dei rapporti umani e professionali tra Toyo Ito e i tre ingegneri Sasaki, Araya e Balmond, scardina questa visione comune delle cose.

Primo capitolo, la crisi: l’esperienza della Mediateca di Sendai

 La Mediateca di Sendai

“Toyo Ito e gli ingegneri” si apre con un confronto turbante: quello tra l’immagine iniziale della Mediateca di Sendai e l’ edificio realizzato. L’uno leggero, elegante nel rapporto di sintesi fra struttura a telaio e struttura spaziale; l’altro innegabilmente più costretto, piegato dalle rigide regole della normativa antisismica giapponese. Il passaggio da progetto ad oggetto, in un processo che potremmo definire “tradizionale” (Sasaki ha dovuto ripensare la natura formale degli elementi strutturali immaginati da Ito), ha portato le due figure professionali ad una conclusione fondamentale: se l’espressione della struttura diviene centrale per lo sviluppo di tutto il progetto, architetto ed ingegnere devono camminare sin dall’inizio all’unisono.
La “Lezione di Sendai” è però ancora più profonda: grazie allo strumento informatico e all’adozione di algoritmi come principi generatori di regole flessibili, è oggi possibile perseguire un metodo “non lineare” di ricerca progettuale.
Qui sta la chiave: l’intera dissertazione è dedicata al senso di queste due parole, e l’autore decide di svelarlo presentando, uno alla volta, i risultati di collaborazioni stimolanti.
Egli ha bisogno di riservare ognuno dei successivi tre capitoli ad un ingegnere specifico, perchè diversissimi sono gli esiti progettuali dell’incontro fra le loro ricerche e la figura di Ito.

Toyo Ito e Mutsuro Sasaki

Si comincia quindi con Sasaki, con il suo iniziale assunto secondo cui le famiglie di strutture a telaio (Mies) e quelle spaziali (Gaudì) non possono coesistere, e si mostra come l’esperienza di Sendai lo abbia condotto alla ricerca di una sintesi. Nel suo personalissimo caso, lo studio dei meccanismi che permettono l’evoluzione delle forme naturali, i processi di accrescimento ed auto organizzazione, e la loro trasposizione in campo statico.

I risultati? Uno fra tutti, la copertura continua a forma libera dell’ Island city park GRIN GRIN, il cui diagramma proposta da Ito prevedeva un guscio strutturale con curvatura libera a doppia torsione in cemento armato, irrealizzabile senza l’elaborazione del Sensitivity Analysis Method messo a punto da Sasaki.

 L’ Island city Park Greenfoto scaricabile qui https://www.architecturerevived.com/grin-grin-park-island-city-fukuoka-japan/

Toyo Ito e Masato Araya

Si prosegue poi con Araya, il cui campo di indagine è più specifico: desumere i principi statici presenti nelle forme naturali. Di nuovo natura quindi, ma in senso diverso.
Nel caso dei TOD’S Omotesando Building, il pattern grafico e (si badi bene!) strutturale della facciata è desunto da Ito a partire da una sagoma arborea (morfologia di riferimento).
Araya interpreta lo schema come un campo di forze che scarica verso il basso secondo percorsi non lineari (sistema statico desunto).

TOD’S Omotesando Building, foto scaricabile qui https://arcspace.com/feature/tods-omotesando/

Toyo Ito e Cecil Balmond

Più puramente matematico è l’approccio di Balmond.

La natura fa sempre da punto di osservazione, ma serve a desumere una regola. A partire da essa, un algoritmo generativo ne costituisce applicazione non solo reiterativa, ma anche imprevedibile. L’esito finale di questo processo è un sistema di regole che informa lo spazio. Questo procedimento è alla base della costruzione del Serpentine Gallery Pavillon. Le richieste di Ito erano chiare: uno spazio libero da pilastri interni, ed un involucro che fonda decorazione e struttura.

L’andamento a prima vista casuale della trama strutturale di facciata proviene da un algoritmo di Balmond, alla cui base c’è una regola: “…connettere i lati adiacenti di un quadrato partendo dal punto medio di uno per arrivare al primo terzo del successivo, proiettando fino al bordo i lati dei quadrati così ottenuti…”.

La Serpentine Gallery Pavillon, foto scaricabile qui https://www.pinterest.ch/pin/544091198725081963/

Questi tre capitoli sono importanti, perchè spiegano l’essenza di un metodo.

Le sue declinazioni sono mostrate nella seconda parte della dissertazione, in cui ogni progetto citato è analizzato nel dettaglio della sua genesi compositiva, e corredato intelligentemente da schizzi, disegni, foto di modelli.

Conclusione

La nozione di “progetto non lineare”, e la lezione di Sasaki, Araya e Balmond nel loro rapporto con Ito, serve (a parere di chi scrive) per dare risposta ad una domanda centrale: cosa distingue il progetto contemporaneo da quello moderno, e dai precedenti?
Nel processo progettuale analitico, l’ipotesi è risultato di un processo lineare, in cui da premesse oggettive si arriva a definire una soluzione in maniera più che determinata.

Alla luce di ciò che è stato letto, uno dei fattori principali di differenziazione è senza dubbio quella che potremmo definire “componente incertezza”. 
Muoversi entro i confini dell’imprevedibilità è però cosa molto difficile: il sistema algoritmico, la parametrizzazione, e tutte le armi poste in essere dallo sviluppo informatico, consentono oggi ad un progettista di assumere il controllo di questa componente così delicata, così da prendere in considerazione più soluzioni possibili, di iniziare un percorso comune architetto-ingegnere con un’idea, ma con nessuna chiusura verso gli sviluppi morfologici generati dalla manipolazione delle proprie forme pensiero.

Bibliografia: Toyo Ito e gli ingegneri, di Carlo Gamboni

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Abitare alla Reggia di Caserta un privilegio per pochi https://www.archi-blog.it/abitare-alla-reggia-di-caserta-un-privilegio-per-pochi.php https://www.archi-blog.it/abitare-alla-reggia-di-caserta-un-privilegio-per-pochi.php#respond Sat, 28 Mar 2020 18:37:55 +0000 https://www.archi-blog.it/?p=2536 Con i suoi circa 47.000 metri quadri e le 1200 stanze, nel corso della sua lunga storia la Reggia di Caserta ha avuto molti ospiti che …

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la reggia di caserta

Con i suoi circa 47.000 metri quadri e le 1200 stanze, nel corso della sua lunga storia la Reggia di Caserta ha avuto molti ospiti che vi hanno abitato per brevi o lunghi periodi. Primi fra tutti la casata reale dei Borbone ha abitato per circa un secolo questo capolavoro dell’architettura italiana. Dopo l’unità d’Italia la reggia non è più stata abitata in modo continuativo. Ci sono però delle eccezioni

Chi ha abitato la Reggia di Caserta dopo l’unità d’Italia?

Già durante il periodo fascista la Reggia di Casera ha ospitato gli allievi ufficiali dell’accademia della Regia Aeronautica, segnaliamo a testimone di questo la pellicola i 3 Aquilotti del 1942, per la regia di Mario Mattoli, in cui un giovanissimo Alberto Sordi recitava la parte di un ufficiale novizio.

Noi di Archi-Blog abbiamo intervistato l’ingegner Aldo Celestino che circa cinquanta anni fa ha soggiornato alla Reggia di Caserta come ufficiale dell’aeronautica. Abbiamo chiesto al signor Celestino come era abitare alla Reggia di Caserta, come erano i suoi alloggi e alcune riflessioni su come ha influito sulla sua vita culturale questa esperienza.

Vi invitiamo a vedere l’intervista completa nel video qui sotto.

 

 

È stato molto interessante scoprire le attività che venivano svolte dai militari in quegli anni e che il soggiorno in questo luogo era molto piacevole. Le camere erano molto grandi addirittura il salone di cui potevano disporre era così ampio che qualcuno avrebbe potuto tranquillamente giocarci a tennis. I vani delle finestre erano così ampi da essere usati come sale da pranzo in cui potevano mangiare sei persone. Le lunghe passeggiate nei giardini erano momenti di svago che permettevano ai militari e alle loro famiglie di rilassarsi e immergersi nella bellezza architettonica.

È stato interessante anche riflettere con il signor Celestino su come era lo stato conservativo della Reggia di Casera all’epoca per un confronto alle condizioni attuali. In particolare su come il giardino è cambiato essendo un vero e proprio organismo che risente maggiormente, rispetto ad altro, il passare del tempo.

Chi abita la reggia oggi?

La scuola di aeronautica ora ha meno attività alla reggia e i militari assegnati sono pochi e sembra essere in programma la completa dismissione degli alloggi. Nel 2009, la Scuola Specialisti ha completato la fase di riorganizzazione logistica ed infrastrutturale che ha visto, con la consegna del nuovo Centro Polifunzionale, la definitiva creazione di una nuova area didattica d’avanguardia, sulla stregua delle più moderne strutture universitarie.

Ma c’è qualcun altro che abita la Reggia purtroppo in modo non del tutto chiaro e corretto. Ex dipendenti a canone agevolato abitano in alcuni appartamenti dislocati nella proprietà di questo patrimonio dell’UNESCO. Pagando un fitto irrisorio che non supera i 250,00 € al mese e nonostante il loro rapporto lavorativo sia terminato da anni con la sovrintendenza ad oggi sono inquilini regolari. Seppur abbiano ricevuto diverse richieste di sfratto ad oggi non si ha notizia di azioni coatte per adempiere queste richieste.

RINGRAZIAMENTI

La redazione di Archi-Blog ringrazia sentitamente l’ingegner Aldo Celestino che si è gentilmente concesso per questa intervista.

NOTE
http://www.aeronautica.difesa.it/organizzazione/AccademiaScuoleIstitutiFormazione/Pagine/Scuola_Specialisti_AM.aspx

Pellicola i 3 Aquilotti del 1942, per la regia di Mario Mattoli

LA 7 – La Gabbia – Come vivere in una Reggia a spese dello stato

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“La discesa a zero”

Lavorare dietro le quinte vuol dire anche saper riconoscere ed interpretare, in un testo, un espediente letterario; vuol dire scoprire un “trucco”, uno stratagemma messo in atto dall’autore per riuscire a comunicare un concetto, o ad articolare capitoli interi; è il disvelamento della struttura.
Questo è quello che ci è stato chiesto di fare per le prime due parti del libro “Architettura e modernità”.

L’apnea e la massa

Per chi pratica apnea, la zavorra è un elemento fondamentale: permette di scendere in profondità senza sforzo, proporzionalmente al peso applicato.
Attenzione, però: non si può iniziare una discesa con il massimo del carico; bisogna prima abituarsi alla pressione, ed applicare gradulamente massa. Aumentare questa massa costituisce il vero sforzo; la conquista del fondo si ottiene naturalmente, come conseguenza di un bagaglio di maggior spessore.
Cosa centra l’apnea con il libro del Prof. Antonino Saggio? Ragioniamo con ordine.

Due capitoli di esempio

Parte Prima: “Il Bauhaus, un nuovo metodo”

Nel capitolo sul “Mestro Bianco”, l’autore ha poche pagine (circa dieci) per fornire non tanto il massimo delle nozioni, ma di contenuti su uno degli edifici più importanti del ventesimo secolo.
Come fare? Ci siamo appena tuffati, ed iniziamo a scendere. Le prime due parti del capitolo sono dedicate al contorno: l’esperienza di Walter Gropius ci dice di più sul contesto storico, e una prima lettura descrive l’edificio nelle sue componenti architettoniche; lo stiamo osservando da lontano, ci camminiamo intorno. Ci si inizia ad appassionare, si visualizza il manufatto, lo si immagina. Si potrebbe anche continuare così per tutto il capitolo.
Sul più bello, però, la sequenza si interrompe. Ci stiamo godendo il momento, ci siamo abituati alla pressione, siamo a nostro agio: è il momento di aumentare massa.
La pausa narrativa serve all’autore per introdurre una chiave di lettura, un elemento che ci permetterà di andare più a fondo nell’osservazione e nella comprensione. E’ una digressione, si parla di arte e di scienza, di meccanismi del pensiero. Dopo questo scossone siamo pronti per continuare la discesa, e succede qualcosa di particolare: tutto è uguale, ma tutto è diverso. L’introduzione di questo bagaglio ci permette di entrare in una dimensione completamente nuova, più profonda. Non avremmo potuto farlo prima, perchè serviva abituarsi. Solo ora si può parlare di visione antiprospettica e simultaneità.
Immersione finita, torniamo in superificie più ricchi.

Parte seconda: “Giuseppe Terragni: della poetica dialettica”

Parliamo ora di Terragni. La discesa nel capitolo sul maestro del Razionalismo Italiano inizia dall’Italia, dai saggi manifesto del Gruppo 7, dalle riviste “Casabella” e “Quadrante”. Prosegue poi attraverso Como, la sua doppia anima di città europea ed italiana.
Sappiamo già qual’è la meta, e ci si aspetta infatti di veder comparire da un momento all’altro l’immagine della Casa del Fascio. Siamo troppo vicini, non potrebbe essere altrimenti.
Di nuovo, invece, la logica narrativa si interrompe per fare spazio a Giorgio De Chirico.
Non possiamo andare avanti nella lettura se non comprendiamo “l’inversione di metodo apportata dalla Metafisica rispetto alle Avanguardie artistiche nate dall’Impressionismo”. E’ un peso difficile da portare, perchè introduce concetti complessi legati alla trasmissione di sintassi e contenuto.
Siamo un pò scossi, dobbiamo metabolizzare; ma la disesa adesso è più fluida, siamo in grado di spingerci fino all’analisi dell’ Asilo Sant’Elia.
Di nuovo, abbiamo acquisito una chiave di lettura che ci rende autonomi.

La discesa a zero

Ecco quindi il senso del titolo, e del suo legame con l’espediente letterario: inizare un percorso di conoscenza per gradi, fornendo a chi lo intraprende, pian piano ma anche repentinamente, gli elementi necessari per farsi strada da solo, per volgere più in profondità il proprio metodo di analisi.

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Renzo Piano: Centro Botìn a Santander https://www.archi-blog.it/renzo-piano-centro-botin-a-santander.php https://www.archi-blog.it/renzo-piano-centro-botin-a-santander.php#respond Tue, 17 Mar 2020 14:45:04 +0000 https://www.archi-blog.it/?p=2337 Renzo Piano: Centro Botìn a Santander Il nuovo complesso realizzato da Renzo Piano è collocato sul lungo mare di Santander, Spagna, inaugurato nel 2017. È la …

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Renzo Piano: Centro Botìn a Santander

Il nuovo complesso realizzato da Renzo Piano è collocato sul lungo mare di Santander, Spagna, inaugurato nel 2017. È la sede espositiva della Fondazione Botìn, un’istituzione filantropica fondata nel 1964. Dedicato all’arte e alla cultura, nasce al posto di un parcheggio e ricollega fisicamente il centro storico al mare; è appunto parte di un più grande progetto di riqualificazione urbana.

RPBW (Renzo Piano Building Workshop) progetta un corridoio tra città e oceano

Il Centro Botìn è rialzato, metà sulla terra e metà sopra l’acqua, libera la vista della costa per le persone che passeggiano nei giardini vicini.
La sua forma ricorda una carena di nave che sembra galleggiare sopra il suolo, ciò richiama la passione di Piano per la nautica.
L’edificio si alza su pilotis (http://www.treccani.it/enciclopedia/pilotis/), appare quindi una contemporanea palafitta. Inoltre, essendo diviso in parti crea due ali che formano una sorta di corridoio continuo tra assetto urbano e mare.
Ambo le sezioni sono unite in quota da una piattaforma panoramica, da un lato sembrano abbracciare la piazza dall’altro fungono da enormi “cannocchiali” verso la baia.
Le forme lobate del Centro polifunzionale sono il risultato di studi approfonditi, durante i quali è emerso che la forma arrotondata avrebbe portato più luce al piano terra.

Ha una superficie di 6800 metri quadrati ripartiti in questo modo: 2500 metri quadrati a ovest, occupati da uno spazio espositivo su due livelli illuminati tramite un’accurata copertura multistrato di vetro, alluminio e tela bianca. Nell’ala est è invece presente l’auditorium da 300 posti; 250 metri quadrati per un centro educativo multifunzionale.
Grazie alla grande vetrata nell’auditorium gli spettatori possono usufruire di uno spettacolo dentro lo spettacolo, gli attori hanno una “scenografia” originale e naturale che è appunto il panorama che si scorge dalla vetrata.

 

La luce nel Centro Botìn

L’esterno del Centro Botìn è rivestito in piastrelle bianche ceramiche e madre perlate che scintillano con la luce del sole, precisamente 280.000.
L’archistar  infatti dice: “Io cerco di utilizzare in architettura elementi immateriali come la trasparenza, la leggerezza e la leggerezza della luce”.
La luce è centrale in RPBW, l’agenzia ha la creatività e l’esperienza per scolpire la luce in modi innovativi. Ciò vuol dire che cercano di trovare metodi diversi per diffondere la luce naturale, come ad esempio inclinare un tetto in modo che un nuovo edificio non getti ombra su un parco cittadino. In questo caso invece usando 280.000 piastrelle in ceramica che riflettano luce e allo stesso tempo specchino il colore del mare e del cielo.

La preoccupazione per la trasparenza, la bellezza e la leggerezza si estende alla ricerca di “assenza di gravità”, qui presente tramite la sospensione dell’edifico su pilotis. È evidente nel Centro di Santander la soluzione solita usata dagli RPBW di “sollevare” gli edifici che potrebbero altrimenti bloccare lo spazio urbano, quindi sembrano quasi galleggiare (proprio come le navi in acqua). Questa tecnica consente al livello del suolo di rimanere parte del regno pubblico, uno spazio aperto dove persone, luce e aria continuano a circolare.
Renzo Piano afferma: “Il complesso è l’ultimo esito di una ricerca progettuale sui centri culturali aperti, tolleranti e accessibili a tutti.”

 

NOTE

Collector’s edition Imaestri dell’architettura, Renzo Piano Building Workshop – Hachette

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“Le Albere” a Trento, da quartiere dismesso a parte del centro storico https://www.archi-blog.it/le-albere-a-trento-da-quartiere-dismesso-a-parte-del-centro-storico.php https://www.archi-blog.it/le-albere-a-trento-da-quartiere-dismesso-a-parte-del-centro-storico.php#respond Tue, 17 Mar 2020 14:43:30 +0000 https://www.archi-blog.it/?p=2356 La riqualificazione delle periferie è uno dei temi più discussi in politica, in economia, in architettura e in urbanistica. Nella società contemporanea l’integrazione è alla base …

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La riqualificazione delle periferie è uno dei temi più discussi in politica, in economia, in architettura e in urbanistica. Nella società contemporanea l’integrazione è alla base di grandissimi dibattiti e scontri.
Nella gran parte delle metropoli più importanti, come in molte città minori, sono presenti periferie “degradate” o “abbandonate”, nate magari abusivamente o sorte sopra delle zone industriali ormai inutilizzate. Renzo Piano nel progetto “Le Albere” a Trento, si cimenta a portare il quartiere da area dismessa a parte del centro storico.

“Le Albere”: un quartiere ex-industriale

E’ questo il caso di una città italiana molto famosa, Trento, che fino al 2016 ha ospitato a due passi dal centro una zona particolarmente odiata da tutti i suoi abitanti. A dividerla da tutto il resto della città vi era solamente il fiume Adige e i binari di una ferrovia, eppure quell’area appariva particolarmente degradata.

Il quartiere Le Albere (prende il nome dal vicino Palazzo Le Albere) nasce completamente ex novo sui resti di una fabbrica che un tempo era stata occupata dalla Michelin. Si tratta di quasi 116.000 metri quadrati di terra che rappresentano per la città di Trento un luogo dismesso e non utilizzabile.

Un nuovo fulcro della città

La RPBW (Renzo Piano Building Workshop Architects) si pone come obiettivo non solo quello di riqualificare il quartiere, ma anche di renderlo un fulcro importante dell’intera città. Decide così di costruire diciotto palazzine residenziali, rendendo disponibili nuove 304 unità abitative affiancate a 18.000 metri quadrati di uffici, 28.000 metri quadrati di spazi pubblici, 9.000 metri quadrati di attività commerciali, canali, piazze e un grandissimo parco (quasi 5 ettari).

Infine, il team decide di aggiungere, ai due poli estremi del quartiere, due grandissimi edifici pubblici: una biblioteca universitaria (biblioteca dell’Ateneo BUC) e il museo delle scienze naturali (MUSE, 11.710 metri quadrati), collegate fra loro da un asse pedonale di quasi 300 metri. Grazie a questo passaggio, si identificano vaie piazze trapezoidali che rappresentano dei grandi luoghi di aggregazione attrezzati.
Il quartiere ospita inoltre vari ristoranti e un hotel, e viene totalmente circondato da piccoli canali d’acqua che sono considerati il “simbolo” identificativo del quartiere.

Un quartiere eco-sostenibile

Ogni abitazione è a basso consumo: le facciate sono ricche di logge e finestre. Ognuna di esse è schermata da aste di legno lamellare collegate fra di loro con tende in tessuto che permettono alla schermatura di aprirsi e chiudersi a seconda delle esigenze. Ogni edificio presenta inoltre una copertura particolarmente inclinata così da poter accogliere al meglio gli impianti fotovoltaici. Questa particolare inclinazione, inoltre, permette di sfruttare il più possibile i benefici della ventilazione naturale.

Sono state applicate in tutto il quartiere diverse strategie per il risparmio energetico, prime fra tutte la presenza di varie pompe di calore collegate a otto sonde geotermiche interrate, affiancate ad impianti specifici per il riciclo delle acque.

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Un quartiere legato al contesto naturale

Tutto il quartiere vuole riprendere una forma e un assetto tot

almente naturale. Le coperture delle stesse abitazioni e degli edifici pubblici riprendono perfettamente la geometria della catena delle Alpi circostanti. I canali d’acqua rispecchiano il cielo e ricordano le sponde del vicino fiume Adige. Le piccole tende di collegamento fra le aste di legno sono state colorate di verde, così da ricordare i colori della foresta e della natura.
A quattro anni dalla realizzazione del quartiere, la biblioteca e il museo fanno sì che migliaia di visitatori ogni anno conoscano la sua bellezza e si trattengano al suo interno più del dovuto. Grazie a un preciso atto di riqualificazione, è stato possibile restituire a una città un’area completamente andata perduta.

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FONTI:
Collector’s edition Imaestri dell’architettura, Renzo Piano Building Workshop – Hachette

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Muore l’architetto Vittorio Gregotti https://www.archi-blog.it/muore-larchitetto-vittorio-gregoretti.php https://www.archi-blog.it/muore-larchitetto-vittorio-gregoretti.php#respond Sun, 15 Mar 2020 20:50:25 +0000 https://www.archi-blog.it/?p=2433 Oggi 15 Marzo 2020 ci lascia uno dei grandi maestri dell’architettura italiana Vittorio Gregotti. L’architetto, urbanista e teorico dell’architettura moderna era nato nel 1927 a Novara …

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Oggi 15 Marzo 2020 ci lascia uno dei grandi maestri dell’architettura italiana Vittorio Gregotti. L’architetto, urbanista e teorico dell’architettura moderna era nato nel 1927 a Novara e all’età di 92 anni si è spento dopo essere stato contagiato dal Coronavirus Covid-19. Noi di Archi-Blog vogliamo ricordarlo facendo un breve excursus della sua lunga carriera.

Una lunga carriera

Dopo essersi laureato al Politecnico di Milano nel 1952, comincia a lavorare nello studio BBPR e troverà in Rogers il suo mentore e maestro. Già nel 1951 firmò la sua prima sala all’esposizione della biennale di Milano insieme a Rogers per poi affermarsi al CIAM di Londra. Grazie a questa collaborazione cominciò a essere impegnato con la rivista Casabella di cui Rogers era il direttore. Dal 1982 fino al 1996 Gregotti diventa egli stesso direttore della famosa rivista. Le sue attività lo portarono a conoscere architetti di rilievo internazionale come Le Corbusier, Henry van de Velde e Gropius. Nel 1974 Fonda il suo studio di Architettura Gregotti Associati International. Le sue numerose opere sono visibili in oltre 20 paesi in tutto il globo.

 

L’idea di Architettura di Vittorio Gregotti

Nei suoi numerosi scritti come pubblicazioni, saggi e articoli Vittorio Gregotti ha indagato sul ruolo dell’architettura e dell’architetto nell’epoca moderna. In particolare in uno delle sue prime opere letterarie il saggio “Il territorio dell’architettura” del 1966 cerca di descrivere lo scopo dell’architettura come rivelatrice di luoghi e disciplina che dona significato ad ambienti fisici. Progettare quindi, significa ordinare ciò che lui definisce ‘sistemi di materiali’, di per se complessi, attraverso procedimenti formali di natura stilistica, ideologica, tecnica e scientifica senza distaccarsi dalla realtà economica in cui si agisce. L’architetto quindi plasma la realtà fisica attraverso questi strumenti, ma che sono sempre subordinati alla spazialità formale più adatta dell’oggetto di progetto.

Ma forse l’efficacia di Gregotti sta proprio nel suo lavoro critico, sono interessanti le sue parole nel suo indirizzo di saluto alla New York Architectural League in cui dichiarava che il problema dell’architettura moderna sta nella preponderanza di esigenze tecnico-economiche che rendono il progettista indifferente al problema del luogo. Ciò che ci circonda: il costruito, l’ambiente, la cultura, la storia formano la qualità specifica del sito e la sua stessa struttura al di là di come lo percepiamo. Quindi per Gregotti era chiaramente l’ambiente l’elemento costitutivo della produzione architettonica.

Le opere architettoniche

Citiamo qui 5 tra le maggiori opere architettoniche di Gregotti:

Gregotti opera per riqualificare il quartiere Bicocca a Milano dal 1985 al 2005. Sono compresi gli edifici dell’università e i quartieri residenziali e il teatro Arcimboldi, realizzato nel 1997. Queste opere hanno trasformato completamente il quartiere

 

Nella carriera di Gregotti ha progettato anche tanti stadi: negli anni ’80 realizza il progetto dello stadio olimpico Montjuic a Barcellona, lo stadio di Agadir, in Marocco, progettato a fine anni ’90 e in Italia lo stadio Luigi Ferraris di Genova, già esistente ma completamente ricostruito per i Mondiali di Italia ’90.

 

Tra le opere più conosciute di Gregotti il centro culturale e di conferenze di Belem a Lisbona progettato tra il 1988 e il 1993 è dotato di un grande centro espositivo e di un museo del design.

 

BIBLIOGRAFIA

Frampton – Storia dell’architettura moderna quarta edizione – Bologna – Zanichelli – 2007

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Il restauro del tempio-duomo di Pozzuoli https://www.archi-blog.it/il-restauro-del-tempio-duomo-di-pozzuoli.php https://www.archi-blog.it/il-restauro-del-tempio-duomo-di-pozzuoli.php#respond Sat, 14 Mar 2020 17:29:02 +0000 https://www.archi-blog.it/?p=2421 Storia e restauro del complesso monumentale Un intervento che riporta alla luce un antico complesso monumentale situato in una delle più antiche colonie romane. Un progetto …

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Storia e restauro del complesso monumentale

Un intervento che riporta alla luce un antico complesso monumentale situato in una delle più antiche colonie romane. Un progetto che mira a restituire l’antico valore ad un’area, quella del Rione Terra, di particolare interesse storico-archeologico. Così si presenta il progetto per l’intervento di restauro del tempio-duomo situato nel luogo dell’antica colonia romana, l’odierna città di Pozzuoli.

Il dualismo tempio-duomo

In sintesi, le origini di questo dualismo risalgono all’età augustea, quando nell’antica colonia romana di Puteoli, sul punto più alto della città, il Capitolium, venne eretto un antico tempio dedicato al culto di Augusto. Questo pare sorgesse sui resti di un più antico tempio di età repubblicana sul quale venne poi innestata, in età tardoantica, una chiesa dedicata al patrono della città, San Procolo, trasformata successivamente in chiesa barocca. Le progressive stratificazioni e i vari interventi di restauro hanno reso questo monumento sicuramente complesso e degno di uno studio approfondito. Fu infatti in seguito ad un incendio avvenuto nel 1964, il quale causò la distruzione di parte della struttura, che vennero alla luce alcuni resti dell’antico tempio allora sconosciuto. A questa scoperta seguì un intervento di restauro con cui vennero realizzati alcuni consolidamenti strutturali, alcune integrazioni in cemento della struttura e la realizzazione di una copertura metallica. I lavori vennero interrotti nel 1972. Un vero e proprio dualismo fisico, dunque, che trova poi un riflesso nella sua denominazione, quando nel tempo sono emerse le varie stratificazioni della struttura.

L’intervento di restauro del tempio-duomo

Risale al 2008 l’ultimo intervento di restauro. Questo è stato oggetto di un concorso nazionale bandito dalla Regione Campania nel 2003 e vinto dal gruppo “Elogio del palinsesto” con capogruppo Marco Dezzi Bardeschi. Un intervento complesso il cui scopo è stato quello di intervenire riportando in funzione l’antica basilica, nel rispetto della materia antica. Più nello specifico, gli interventi si sono focalizzati su delle linee guida dettate dallo stesso bando, le quali si ponevano in linea con i principi della moderna teoria del restauro scientifico, ossia: criterio del minimo intervento, reversibilità, rispetto dell’autenticità dell’opera, distinguibilità e compatibilità fisico-chimica dei materiali impiegati.

Una prima analisi da parte del gruppo vincitore ha fatto emergere il dualismo corrente nel complesso monumentale del Rione Terra di Pozzuoli (tempio pagano/chiesa, classicismo/barocco, archeologia/liturgia), il quale è stato, quindi, punto chiave per la realizzazione del progetto. L’area dell’antica cella è stata infatti annessa alla navata della basilica, generando un unico grande spazio. Al pronao sono stati invece tamponati gli intercolumni con lastre di vetro strutturale. Si è proceduto, dunque, ad un vero e proprio raccordo tra le due strutture attraverso una serie di meticolosi interventi che hanno saputo coniugare perfettamente l’aspetto archeologico con quello liturgico. La pavimentazione della cella del tempio è stata posta in elevato attraverso una struttura in legno, così da ripristinare il livello dell’antica quota preservando il podio tutt’ora visibile. Ciò ha permesso la fruizione dello spazio sottostante riservato al percorso archeologico. A questo sistema segue, a partire dal livello del tempio, un progressivo abbassamento di quota fino al livello dell’antica basilica, di cui resta in funzione il presbiterio.

È bene notare come il progetto non si pone in contrapposizione con il precedente intervento di restauro, anzi, l’integrazione delle varie parti a quelle già precedentemente realizzate (ad esempio i fusti in cemento armato delle colonne mancanti o la copertura metallica alla quale è stato poi integrato un controsoffitto cassettonato, a riproposizione dell’originale) sono rese distinguibili grazie all’utilizzo di materiali moderni quali vetro e acciaio. Tale soluzione, seppur apparentemente in netto contrasto con l’autenticità dei materiali, lascia inalterata e rende ulteriormente evidente la progressiva stratificazione dei segni del tempo.

Restauro o progettazione?

Ci si potrebbe dilungare a lungo nella descrizione dei singoli interventi e sulle considerazioni in merito alle tecnologie utilizzate per ciascuno di essi. La complessità di questo tema ci permette però di porre l’attenzione su un aspetto molto importante, ossia su come l’approccio critico-conservativo per un tema come quello dell’intervento di restauro del tempio-duomo di Pozzuoli non si ponga in antitesi con l’utilizzo di tecnologie moderne. Tali aspetti sono invece ben connessi tra loro. L’opera è dunque il risultato finale di un complesso processo che mira non solo al ristabilimento di una funzione, ossia quella liturgica, ma anche al ristabilimento dell’unità potenziale1 dell’intero complesso architettonico nei suoi molteplici aspetti. La giusta commistione di elementi e tecniche rende questo tipo di intervento non avulso dall’una o dall’altra materia. Esso è invece la sintesi perfetta di come si possa, attraverso la consapevolezza del contesto all’interno del quale l’opera si inserisce, riportare alla luce l’antico valore che nelle sue varie epoche storiche ha caratterizzato l’evoluzione dell’intero complesso, giungendo fino ai giorni nostri.

Note:

1 C. Brandi, Teoria del restauro, Einaudi, Torino 1963

Riferimenti bibliografici:

– Alessandro Pergoli Campelli, Tempio-cattedrale a Pozzuoli, in “AR bimestrale dell’Ordine degli architetti di Roma e provincia”, 60/05, pp. 8-15

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