Restauro architettonico

Restauro: introduzione al tema

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Restauro architettonicoQuello attorno al tema del restauro è un dibattito che presenta radici profonde. Diverse sono le definizioni, talvolta non convergenti, che negli anni sono state date cercando di cogliere, di questo tema, ogni sfumatura nel tentativo di fornire una risposta ad ogni quesito che man mano faceva emergere. Di seguito non si vuole dare avvio ad una digressione sulla storia del restauro, più volte trattata, quanto piuttosto condividere alcune considerazioni sul tema.

È evidente che circoscrivere la materia ad un ambito limitato sarebbe del tutto riduttivo, quindi andiamo per gradi.

Che cos’è il restauro?

 

L’etimologia del termine deriva da re-instaurare, ovvero “rimettere su”. L’attitudine dell’uomo alla conservazione risale all’antichità ed è associata principalmente all’esigenza, pratica o no, di rimettere in vita o in funzione l’oggetto d’interesse; tra gli esempi più antichi di restauro vi è infatti la riparazione di oggetti di uso comune aventi, oltre che utilità, valore artistico (come, ad esempio, vasi antichi). Questa condizione ci suggerisce come sia da sempre esistito un approccio al restauro, mutatosi poi nel tempo. Fondamentale per la teoria del restauro è stato l’evolversi del contesto storico di riferimento, dalla cui conoscenza è scaturita l’esigenza di salvaguardare ciò che rappresentava testimonianza del passato. Questa sorta di “risveglio delle coscienze” ha inoltre permesso l’introduzione di uno dei concetti il cui riconoscimento è alla base dell’intervento di restauro, ovvero il concetto di valore nelle sue varie sfaccettature.

Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica in vista della sua trasmissione al futuro1.

Secondo una definizione moderna, dunque, una delle premesse a fondamento della teoria è che l’intervento di restauro presupponga il riconoscimento del valore di un’opera. L’etimologia del termine valore, dal latino valere, si traduce letteralmente con “avere forza” o “avere potere”. Di conseguenza il valore di un’opera non è altro che il potere dell’opera stessa, ciò che la rende unica agli occhi di chi la osserva. Il limite, più volte riconosciuto, di questa teoria è che questa si muova dal presupposto che esista una gerarchia di valori attribuibili all’opera, mancando, però, di un criterio oggettivamente stabilito con il quale si riconosca “la materia dell’opera d’arte”2. Il successivo riconoscimento della relatività del valore artistico ha permesso di compiere un notevole passo in avanti nel dibattito contemporaneo. Esso muove dalla capacità di intuire dell’opera stessa le sue potenzialità, nonché la sua unicità attraverso un processo di analogia che trova fondamento nella conoscenza della storia e della realtà in cui l’opera si colloca. Tale riconoscimento è, però, soggettivamente inteso e determinato dal legame empatico che si genera tra l’opera stessa e chi ne fruisce.

A cosa è finalizzato?

 

Il restauro deve mirare al ristabilimento dell’unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo3.

Il progetto di restauro si pone, dunque, come processo metodologico e operativo e in quanto tale deve essere adeguatamente calibrato per evitare che possa alterare la natura dell’opera. Essa è consegnata a noi, nella sua realtà attuale, come strumento conoscitivo posto in uno stato di continuità con il passato. Fine ultimo è la sua trasmissione al futuro.

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Note:

1-2 C. Brandi, Teoria del restauro, Einaudi, Torino 1963

3  T. Carunchio, Dal restauro alla conservazione, Edizioni Kappa, 1997

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